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Guerra di trincea / Vita di trincea






In una trincea italiana – Museo della Guerra, Rovereto [L. Fabi, F.Macchieraldo (a cura di), 1915-1918 cento foto una guerra, Provincia di Biella - Eventi & Progetti Editore, p. 57)


LA TRINCEA

La prima guerra mondiale è in sostanza una guerra statica: i fronti occidentali (franco-tedesco e italo-austriaco) in realtà non variano per tutta la durata del conflitto, se si eccettuano alcune avanzate, seguite da ripiegamenti, e la rotta di Caporetto. In un tale contesto è evidente che lo spazio di vita proprio del soldato-massa, come ormai si possono definire i combattenti, è la trincea. Le virtù richieste ai soldati in tale situazione sono pertanto obbedienza, pazienza e resistenza alle sofferenze, alle privazioni e all’angoscia di trovarsi sempre a un passo dalla morte.
In genere si pensa alle trincee come a postazioni strutturate per la difesa degli occupanti, ma ciò vale solo per quei tratti del fronte in cui le autorità militari prevedono il verificarsi di scontri, ad esempio lungo le Alpi e al confine orientale italo-austriaco, e per le immediate retrovie delle prime linee.
Le trincee all’inizio rimangono, tuttavia, per lo più scoperte, sono semplici fossati, scavati in fretta sotto il fuoco dei fucili, dei cannoni e degli shrapnel. Dall’analisi del territorio del fronte dell’Isonzo e dai documenti a disposizione (diari di ufficiali e soldati, prospetti di lavori di trinceramento, fotografie, ecc.) si coglie la precaria situazione dei soldati schierati in questo settore. Le trincee scavate tra le rocce, dove possibile, protetti da sacchi di terra e da altro materiale reperito in loco, non offrono certo un sicuro riparo, soprattutto laddove le prime linee distano solo pochi metri da quelle del nemico (una decina sul San Michele). E’ in esse che i soldati devono condurre la loro vita quotidiana, sempre in attesa: dell’avvicendamento, del rancio, della posta, dell’ordine di attacco.


L'ESPERIENZA DELLA TRINCEA

La vita in trincea è narrata da libri – basti ricordare Le feu di Henry Barbusse (1916), Trincee. Confidenze di un fante di Carlo Salsa (1924), Viva Caporetto di Kurt Suckert/Curzio Malaparte (1921), Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu (1945) – e presentata da famosi film All’ovest niente di nuovo di Milestone (1930), Orizzonti di gloria di Stanley Kubrik (1957), Uomini contro di Francesco Rosi (1971) – i primi, scritti da uomini che l’esperienza della guerra l’avevano vissuta e quindi rielaborata, i secondi, da registi, che attingendo a documenti ed esperienze vi hanno costruito un discorso critico, quasi sempre polemico nei suoi confronti.
Ben diverso è il caso delle testimonianze offerteci dai diari e dalla corrispondenza. Già il solo fatto che il primo conflitto mondiale ci restituisca un numero elevato di registrazioni di esperienze scritte in prima persona da soldati semplici è di per sé significativo. I combattenti, arruolati tra il 1914 e il 1918, provenivano, infatti, in larga parte da un mondo nel quale la scrittura era prerogativa di pochi e in cui l’analfabetismo raggiungeva percentuali molto elevate. Per i soldati italiani, di estrazione prevalentemente rurale, la guerra fu il modo per avvicinarsi alla scrittura e alla lettura per mantenere un qualche contatto con l’ambiente di provenienza mediante la corrispondenza, sempre rigidamente controllata dalla censura. Il suo contenuto va perciò letto in controluce, in quanto per conoscere e capire la realtà della vita al fronte diventa più importanti il non scritto che l’espresso.


IL BISOGNO DI SCRIVERE

La scrittura risponde anche al bisogno individuale di definire la propria condizione in una vicenda che si presenta, anche agli occhi dei più semplici, come una svolta di portata mondiale. Da qui il fiorire della diaristica, la quale, in quanto scrittura intima, dovrebbe essere più libera dalle preoccupazioni per la censura. In realtà, anche in questo tipo di scritti affiora il timore di andare oltre i limiti; una sorta di autocensura impedisce di esporre con realismo fatti cui si è partecipato o assistito e ciò per non cadere nello sconforto e nell’angoscia.
Si scrive nei momenti di riposo, si scrive nell’immediatezza dell’avvenimento, si scrive in prossimità del campo di battaglia cosparso di cadaveri di compagni e nemici dilaniati e non ancora raccolti, si scrive mentre continuano i tiri di artiglieria. La stanchezza delle notti trascorse senza dormire esaspera la percezione dell’orrore. Si scrive mentre si aspetta il rancio che non sempre arriva, perché i pochi chilometri che separano le retrovie dal fronte sono esposte al nemico.


LE CONDIZIONI DI VITA

I pasti consumati dai soldati spesso sono freddi. Le razioni non sufficienti. Fumando si inganna l’attesa e la fame. A volte manca l’acqua per bere, non ci si può lavare per togliersi di dosso il fango e la sporcizia.
Nulla di strano che in tali condizioni con il passare del tempo i soldati diventino sempre meno reattivi e cadano in uno stato di apatia. Se una certa dose di remissività è ben accetta ai comandi (il soldato in trincea deve saper sopportare i disagi e “spegnere” la propria coscienza), a lungo andare l’apatia può risultare pericolosa. Così, per ridare slancio allo spirito combattivo degli uomini si ricorre alla propaganda mediante cartoline postali, manifesti, giornali, ecc. Ma il trascorrere dei mesi e l’inutilità dei massacri fanno venir meno la fiducia nella conclusione rapida della guerra e nel conseguimento dei risultati. Anche chi si era arruolato con entusiasmo o sentiva la partecipazione al conflitto e alla difesa della patria come un “sacro dovere” è preso dal dubbio, dalla sfiducia, da un senso di frustrazione. Cerca solo di sopravvivere.


L' IDENTIFICAZIONE CON IL REPARTO E LO SPIRITO DI CORPO

L'unica forma di conforto e di sostegno morale per il soldato è lo spirito di corpo, che crea rapporti di identificazione col reparto di appartenenza e di solidarietà con i propri commilitoni, tanto solidi da percepire la morte di uno di essi come perdita di parte di sé (E.J. Leed, 1979, 1985).
A questa identificazione contribuiscono paradossalmente anche le licenze, durante le quali il soldato prende coscienza che il mondo di pace, quale egli ricordava, non esiste più, perché l’intera vita civile è sconvolta. Semmai la guerra fosse finita, come sarebbe stata l’esistenza? Il suo rientro al reparto avviene in condizioni psicologiche peggiori di quando era partito, tanto da sentire come sua vera famiglia quanti condividono con lui le stesse condizioni di vita e corrono gli stessi rischi.

[Massimo Palmieri]








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