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GUERRA INDUSTRIALE
In Italia come negli altri paesi, a causa della chiamata alle armi di moltissimi uomini, le donne entrano per la
prima volta in massa nelle fabbriche, mentre le industrie pesanti (in Italia l’Ilva, l’Ansaldo e la
Fiat) incrementano la produzione bellica. In Italia, ad esempio, il numero delle mitragliatrici passa dalle 600
del 1915 alle 20 mila del 1918, mentre i pezzi di artiglieria (obici e cannoni) crescono nello stesso periodo da
duemila a oltre novemila, più cinquemila bombarde. I 200 autocarri del 1915 diventano 2.500 nel 1918, con
un consumo di circa 340 mila quintali di benzina. Nel corso del conflitto vengono inoltre prodotte 320 mila cucine
da campo, 5.500 stazioni ottiche, 1.300 stazioni fotoelettriche, quattromila perforatrici pneumatiche, 115 mila
apparati telefonici, 18 mila centraline, quattromila telegrafi. Partita con pochi aerei di produzione francese,
nell’autunno 1918 l’aviazione italiana schiera 70 squadriglie con 400 aerei tra caccia e bombardieri
e 30 palloni frenati per l’osservazione aerea.
La guerra intensifica i trasporti ferroviari e per via fluviale e lagunare, per un totale di pesi trasportati che
salgono dai 300 mila quintali del 1915 ai 15 milioni di quintali nel 1918, mentre fino a 50.000 operai (anche donne
e fanciulli) al giorno vengono impegnati per la costruzione di trincee e postazioni arretrate, ponti, strade e
infrastrutture militari. Finiscono in trincea ben 300 milioni di sacchi di terra e con essi una media mensile di
300 mila quintali di calce e cemento, quasi tre milioni e mezzo di quintali di filo spinato.
Per vestire ed equipaggiare il soldato italiano l’industria manifatturiera utilizza 650 milioni di metri
di panno e di tela e 11 milioni di metri di tela di juta, con cui vengono confezionati dieci milioni di cappotti,
sei milioni di mantelline, 23 milioni di giubbe di panno, 16 milioni di casacche di tela, 28 milioni di calzoni
di panno, 18 milioni di brache di tela, 42 milioni di camicie, 40 milioni di mutande, 20 milioni di panciotti,
per un totale di 103 milioni di metri di panno grigio-verde e circa 16 milioni di metri di flanella. E ancora 42
milioni di paia di scarpe, 12 milioni di tascapani, quasi 10 milioni di zaini e borse.
Con la guerra nasce l’industria alimentare e la ristorazione di massa. Vengono incettati quasi tre milioni
di bovini (sulla complessiva dotazione nazionale di 7 milioni di capi nel 1914) e, dal 1915 al 1918, le industrie
conserviere italiane lavorano a pieno regime: soltanto dagli stabilimenti di Casaralta, Scanzano e Alghero escono
140 milioni e mezzo di scatolame di carne bovina, 26 milioni di carne suina, sei di carne mista, 50 milioni di
estratti di carne e 750 mila boccette di brodo concentrato.
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