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L'ASSALTO
L’assalto è l’incubo dei soldati di tutti gli eserciti. All’ordine degli ufficiali, bisogna
abbandonare la tana scavata nella terra per andare a conquistare la trincea nemica, dalla quale proviene un micidiale
fuoco di sbarramento.
Sul Carso e lungo l’Isonzo l’esercito italiano assume costantemente un contegno offensivo; ciò vuol
dire che i suoi soldati devono uscire allo scoperto e andare all’assalto con una frequenza molto maggiore
rispetto agli altri fronti.
Gli assalti avvengono prevalentemente di giorno e, di solito, sono anticipati da bombardamenti più o meno
intensi, che hanno lo scopo di distruggere le posizioni avversarie e fiaccare lo spirito di resistenza degli avversari.
I soldati escono dalle trincee in ranghi compatti, controllati dagli ufficiali e dai gendarmi che hanno l’ordine
di sparare su chi si rifiuta di andare avanti, e si dirigono verso la trincea avversaria. I cannoni, le mitragliatrici
e la fucileria dei difensori battono la “terra di nessuno” che divide le trincee e, nella maggior parte
dei casi, l’attacco si tramuta in una disperata corsa contro la morte. Il terreno accidentato e le barriere
del filo spinato frenano l’impeto dei soldati, che diventano facili bersagli del fuoco avversario.
Data l’assoluta prevalenza delle armi difensive, ogni attacco è destinato a risolversi con la perdita
di circa il 30-50 per cento delle forze impiegate e, per avere ragionevoli probabilità di conquistare la
trincea avversaria (le perdite degli attaccanti sono di solito da tre a cinque volte superiori a quelle dei difensori), è necessario
impiegare grandi masse di combattenti.
Sul fronte dell’Isonzo l’esercito italiano esercita una costante pressione e dunque le sue perdite
sono maggiori, ma anche gli austro-ungarici, quando sono costretti ad attaccare subiscono gli stessi drammatici
inconvenienti.
In alcuni casi la trincea avversaria viene raggiunta e conquistata, spesso dopo brevi ma cruentissimi scontri con
le bombe a mano e infine “all’arma bianca”: cioè baionette, coltelli, ma anche il calcio
dei fucili, le mazze ferrate o micidiali utensili come picconi e vanghette. Per un momento, il combattimento cessa.
Ma non c’è tempo per esultare.
A poche centinaia di metri si scoprono, evidenti, altre trincee, altri
reticolati.
E bisogna nuovamente andare all’assalto.
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