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I SOLDATI
I soldati che si combattono sul fronte italo-austriaco sono soprattutto contadini, strappati alle loro famiglie
e ai loro campi dagli ordini di mobilitazione dei rispettivi stati.
Molti italiani apprendono per la prima volta
di far parte di uno stato unitario e da mille dialetti nasce in trincea una parlata comune, prima forma di “italiano
popolare”. L’esercito del sopranazionale impero asburgico è invece una babele di lingue ed etnie:
su mille soldati, 248 sono di lingua tedesca, 233 ungherese, 126 ceca, 92 il serbo-croata, 79 polacca, 78 ucraina,
70 rumena, 36 slovacca, 25 slovena, 13 italiana (dal Trentino e dal Litorale).
I soldati in trincea sono sottoposti a una durissima disciplina militare, fatta osservare con estremo rigore da
ufficiali che controllano ogni loro movimento. Si tratta di un sistema fortemente repressivo, che non consente
fughe e diserzioni (pagate spesso con lunghe condanne e anche fucilazioni), ma non è solo la coercizione
a far rimanere i soldati in trincea. Su tutti i fronti, milioni di uomini accettano senza discutere l’ordine
di andare in guerra e combattere contro il nemico perché sentono, spesso confusamente, di appartenere a
stati e nazioni che, attraverso norme e disposizioni, governano la loro esistenza.
Una volta in trincea, il soldato è inserito in una comunità fortemente gerarchizzata che lo controlla,
a cui deve completa obbedienza e dalla quale, nello stesso tempo, riceve un grado, compiti dettagliati e, non ultimo,
un ben preciso ruolo sociale. Nel rapporto quotidiano con superiori e compagni entrano dunque in gioco forze diverse,
come il patriottismo e l’autoesaltazione, il senso del dovere, l’amicizia e il cameratismo, lo spirito
di gruppo, la necessità di riconoscersi all’interno di una comunità ristretta e fortemente
minacciata (la cosiddetta comunità della trincea), mentre sono soprattutto la paura del nemico, l’istinto
di sopravvivenza e il terrore di essere colpiti a dare la forza per sostenere prove crudelissime e terribili.
Rigide regole governano i tempi e i ritmi dei reparti in linea (combattimento, lavoro, riposo) e, nello stesso
tempo, impongono ai soldati resistenza, disciplina, autocontrollo, anche un certo fatalismo e l’apparente
accettazione della possibilità di rimanere feriti o uccisi.
La Grande Guerra è una immane prova di
resistenza e su tutti i fronti del conflitto prevale una prodigiosa, quasi sovrumana capacità di adattamento
alla vita di trincea, indispensabile requisito che, sommato alla fortuna, alla fede e alla speranza, permette a
milioni di combattenti di affrontare e nella migliore delle ipotesi superare l’esperienza della guerra.
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