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VIVERE IN TRINCEA
Sul fronte dell’Isonzo come su tutti gli altri fronti del conflitto, la trincea è “la casa di
guerra” di milioni di soldati. Tuttavia, più che sugli altri campi di battaglia, sul Carso è la
natura del terreno a determinare l’aspetto e la consistenza delle trincee. Le trincee devono essere scavate
nella viva roccia o adattarsi al profilo di doline, forre e avallamenti naturali, mentre ogni antro naturale viene
approfondito per ricavare caverne e profondi ricoveri sotterranei.
A seconda della distanza dalle posizioni avversarie, la trincea si può definire avanzata (i cosiddetti “piccoli
posti”, buche a ridosso delle trincee nemiche, di prima linea (da 30 a 100 metri di distanza dal nemico)
o di massima resistenza, a qualche centinaia di metri dalle trincee avversarie. Le alterne fasi delle battaglie
possono ovviamente sconvolgere questa schematica tripartizione, ma tutto il sistema, che si avvale di sicuri ricoveri
sotterranei in caverne artificiali e naturali (abbondante fenomeno carsico), risulta collegato da profondi camminamenti,
mentre più indietro, di solito nelle doline (avallamenti carsici più o meno profondi creati dall’erosione
dell’acqua piovana) trovano posto i comandi delle unità combattenti, i centri di pronto intervento
sanitario, le artiglierie campali, i depositi e i magazzini avanzati. Ancora più indietro le retrovie propriamente
dette, che sostengono il grande sforzo logistico degli eserciti in armi.
La trincea di prima linea, la trincea in cui più di tutte si combatte e si muore, è scavata nel terreno
per circa un metro e mezzo di profondità ed è larga poco meno. E’ rafforzata da un parapetto
di pietre e sacchi di terra rialzato di mezzo metro, con feritoie e osservatori. Quando occorre, le pareti interne
della trincea sono sostenute da tavole o graticci di vimini, mentre uno zoccolo di pietra o legno sostiene un assito
sotto il quale defluiscono acqua e liquami. La trincea risulta nascosta dalla vista dell’avversario grazie
a coperture di frasche o lamiere ondulate. Al suo interno, nicchie e ricoveri seminterrati costituiscono il letto
e la casa del soldato, a cui tocca in media poco più di un metro quadrato di spazio.
Il panorama che si vede dalla trincea è unico e desolante: scompare la natura e, al suo posto, ovunque sul
terreno pietre e terra bruciata, siepi di filo spinato arrugginito, corpi in decomposizione che non è possibile
raccogliere a causa del fuoco avversario.
E poi armi, oggetti e rottami ferrosi, rifiuti ed escrementi buttati
fuori dalle trincee da uomini tormentati da parassiti, infezioni, affollamento, fango e sporcizia. Manca l’acqua
anche per bere e non è possibile lavarsi.
Tra continui bombardamenti, tra i rumori e le luci della battaglia, in un contesto fortemente determinato dalla
possibilità di essere uccisi o feriti, l’alba non segna l’inizio di un nuovo giorno ma la concreta
probabilità di dover andare all’assalto. A causa della vicinanza del nemico, a sua volta trincerato
a poche decine di metri di distanza e pronto a sparare su ogni movimento sospetto, in trincea si riposa di giorno
e si lavora di notte per approfondire lo scavo e riparare i danni subiti durante i bombardamenti e i combattimenti.
Il cibo, cucinato nelle retrovie, viene trasportato di notte in trincea mediante capaci casse di cottura. Dopo ore di marcia,
la pasta e il riso sembrano colla, il brodo gelatina, il pane e la carne diventano duri come sasso. Altre volte il cibo è secco:
gallette, scatolame, cioccolato e liquori solo prima degli assalti. Soprattutto in prima linea, sete e disidratazione affliggono
i combattenti: l’acqua è razionata e ad ogni soldato ne tocca in media mezzo litro al giorno.
Nelle pause tra i combattimenti e nei frequenti periodi di “calma” del fronte, quando non si combatte o, date
le condizioni atmosferiche, risulta impossibile lavorare al consolidamento della trincea, il soldato passa lunghi momenti
di vigile immobilità, in cui finiscono per prevalere noia, sfinimento e nostalgia, acuita dalle lettere e dalle cartoline
che giungono da casa, alle quali si tenta più o meno faticosamente di rispondere. Ma i soldati scrivono anche per
sé stessi e confidano a diari e quaderni vicende, impressioni e sentimenti. Grazie alle lettere, ai diari e alle memorie
dei combattenti, oggi noi conosciamo gli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita di trincea, narrata dagli stessi
protagonisti che l’hanno vissuta e subita.
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