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1916: IL SECONDO ANNO DI GUERRA
Passato l’inverno a rinforzare le reciproche posizioni, i due eserciti tornano a combattersi dalla metà di
marzo 1916. L’esercito italiano, sollecitato dagli alleati, intraprende una serie di attacchi contro Doberdò e
il monte San Michele (quinta battaglia dell’Isonzo) che costano circa cinquemila perdite (meno della metà quelle
austriache) ma non portano ad alcun risultato.
Il 15 maggio 1916 gli austro-ungarici rispondono con una massiccia offensiva sugli Altipiani (la cosiddetta Offensiva
di maggio, ribattezzata dai comandi italiani e dall’opinione pubblica del Regno Strafexpedition) che porta
oltre 400 mila uomini a travolgere le posizioni italiane e a puntare verso la pianura vicentina. Dopo un primo
iniziale ripiegamento (viene perduta la linea dei forti e le posizioni intorno ad Asiago), le truppe italiane riescono
a contenere l’attacco avversario sull’Altopiano dei Sette Comuni e sulla linea Coni Zugna-Pasubio,
anche perché gli austriaci devono distogliere dal fronte alcuni reparti per fronteggiare, ad oriente, una
massiccia offensiva russa in Bucovina. Cogliendo l’avversario in un momento di difficoltà, le armate
italiane tentano di riconquistare le posizioni perdute contrattaccando tra l’Adige e il Brenta, ma vengono
fermate dalla resistenza austriaca. I combattimenti si concludono il 16 giugno: il fronte si è spostato
pochi chilometri più a sud, ma sul campo di battaglia restano oltre 11 mila morti (cinquemila dei quali
austriaci). Dati ufficiali dei due eserciti indicano che, tra gli italiani, circa 30 mila sono i feriti; 40 mila
i dispersi, quasi tutti fatti prigionieri dagli austriaci nelle prime fasi della battaglia. Gli austro-ungarici
registrano 23 mila feriti e duemila dispersi.
Sul fronte del Carso, nel settore San Michele-San Martino, dove ormai le reciproche trincee distavano poche decine
di metri, all’alba del 29 giugno reparti ungheresi vanno all’attacco delle posizioni italiane appoggiati
dall’emissione di nuvole gassose. Il gas, una mistura di cloro e fosforo (fosgene) largamente in uso sul
fronte occidentale ma fino a quel momento mai sperimentata su quello italo-austriaco, si espande tra quota 197
di Bosco Cappuccio e le quote 141 e 170 di fronte al San Michele, cogliendo completamente di sorpresa ingenti reparti
italiani (principalmente delle brigate Pisa, Regina e Ferrara), che proprio in quel momento stanno completando
l’avvicendamento dei reparti. Le maschere antigas in dotazione ai soldati italiani si rivelano drammaticamente
inefficienti contro la mistura velenosa e le perdite sono subito terrificanti. Tuttavia, passato il primo momento
di confusione, i reparti italiani si riorganizzano e riescono a respingere l’attacco avversario, grazie anche
a un improvviso cambiamento di direzione del vento, che limita l’effetto dei gas. In poche ore le unità italiane
subiscono circa seimila morti e in tutto oltre diecimila perdite; dall’altra parte, i reparti ungheresi perdono
oltre tremila uomini tra morti, feriti, ammalati colpiti dal loro stesso gas, prigionieri e dispersi.
A poco più di un mese dall’attacco austriaco con i gas, il 4 agosto 1916 il generale Cadorna ordina
l’attacco su tutto il fronte del Medio e Basso Isonzo (Sesta battaglia dell’Isonzo).
Il rapporto tra
attaccanti e difensori è per la prima volta molto favorevole agli italiani, che riescono a trasportare in
breve tempo dagli Altipiani reparti e cannoni, mentre al contrario gli austro-ungarici risentono degli sforzi della
precedente offensiva e dell’impegno sul fronte orientale. Sottoposti a ingenti bombardamenti e ripetuti attacchi,
dopo furiosi combattimenti gli austro-ungarici sono costretti ad abbandonare le trincee del Sabotino e del San
Michele, determinando di fatto il crollo del primo fronte carsico. Mentre i reparti imperiali cercano di ritirarsi
su linee arretrate allestite in fretta e furia, il 9 agosto i primi reparti italiani superano l’Isonzo ed
entrano a Gorizia. La battaglia dura ancora qualche settimana, con gli austro-ungarici arroccati sulle alture a
est della città, sul ciglione est del Vallone che congiunge Gorizia a Duino e al mare e sulle alture a est
di Monfalcone.
La conquista di Gorizia costa circa 100 mila perdite all’esercito italiano (oltre 50 mila quelle austro-ungariche,
la metà dell’intera forza a disposizione di Boroevic). Non risolutiva dal punto di vista militare,
la conquista della città fornisce tuttavia all’opinione pubblica italiana la prima consistente vittoria
militare dall’inizio del conflitto, a parziale rimborso dei lutti e dei sacrifici sostenuti da soldati e
popolazioni.
Dopo la caduta della città fino ad allora simbolo della resistenza imperiale, le posizioni austro-ungariche
corrono sul Monte Santo e sulle alture del San Gabriele e del San Marco, per poi appoggiarsi sull’Altipiano
di Comeno (Komen) sul Faiti, davanti a Castagnevizza (Kostanjevica) e congiungersi, oltre Jamiano, al massiccio
dell’Hermada che difende le basse trincee davanti al castello di Duino e la strada per Trieste. Contro queste
posizioni si accaniscono le tre offensive autunnali italiane (Settima, Ottava e Nona battaglia dell’Isonzo),
che producono consistenti perdite ai due schieramenti (145 mila perdite italiane contro 80 mila perdite austro-ungariche),
ma lasciano sostanzialmente le posizioni dei due eserciti.
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