LA GRANDE GUERRA - IL FRONTE DELL'ISONZO - 1915 - 1916 - 1917 - DA CAPORETTO...

  

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1917: IL TERZO ANNO DI GUERRA

Prostrati da mesi di combattimenti intensissimi, i due eserciti impiegano l’inverno 1916-’17 ad approfondire le posizioni difensive, ricostituire i reparti e a riorganizzare i rifornimenti.
Le profonde trincee contrapposte del ’17 sono profondamente differenti da quelle dell’inizio conflitto: organizzate su più ordini paralleli, servite da ricoveri in caverna per uomini e cannoni, postazioni blindate, servizi logistici avanzati e sicuri, offrono una adeguata protezione e rendono ancor più difficili gli assalti. L’armamento pesante e individuale dei due eserciti migliora grazie all’esperienza accumulata e all’intensificazione della produzione bellica, mentre vengono chiamati alle armi i giovani di vent’anno e parte degli esonerati per motivi di salute e servizio.

Nel 1917 la guerra di trincea raggiunge anche sul fronte dell’Isonzo le devastanti caratteristiche del fronte occidentale. Per scardinare la difesa austro-ungarica l’offensiva primaverile italiana (Decima battaglia dell’Isonzo) mette in campo, contro gli usuali obiettivi carsici, un ingentissimo numero di uomini e mezzi. A fronte di alcune trincee conquistate e subito perdute, l’esercito italiano registra circa 160 mila perdite (tra cui 27 mila prigionieri), ma anche gli austro-ungarici, con oltre 100 mila perdite, scontano pesantemente l’intensificazione delle operazioni belliche. Tra il 10 e il 29 giugno 1917, l’esercito italiano attacca anche sugli Altipiani ma viene fermato sull’Ortigara, da quel giorno chiamato il cimitero degli alpini (28 mila le perdite italiane, contro 9 mila austriaci).
Tra agosto e settembre, lungo tutto il fronte dell’Isonzo l’esercito italiano scatena la più massiccia offensiva di tutto il conflitto (l’Undicesima battaglia dell’Isonzo). Lo sforzo principale viene concentrato contro l’Hermada e verso l’Altopiano della Bainsizza (Banjšice), dove avvengono i maggiori successi. Alla fine dell’offensiva rimangono in mano italiana alcuni chilometri quadrati di Carso roccioso e senza strade e il Monte Santo con il santuario ridotto a un cumulo di pietre, mentre gli austro-ungarici resistono sull’orlo roccioso del vallone di Chiapovano (Cepovan). Queste conquiste vengono pagate dall’esercito regio con 250 mila perdite tra morti, feriti, ammalati, dispersi e prigionieri.
Ugualmente alte le perdite imperiali: oltre centomila uomini e il 38 per cento dell’armamento pesante fuori combattimento.




 
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