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LA GRANDE GUERRA
Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 milioni di militari.
Di questi, poco meno di 10 milioni muoiono in battaglia o in prigionia per ferite e malattie, mentre è altissimo
il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. Tra i civili si verificano non meno di 30 milioni di decessi
per cause di guerra (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il genocidio del popolo armeno, si registrano 13 milioni
di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile influenza “Spagnola”, che in Europa uccide sei milioni
di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni,
mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento
delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie.
Le cause
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo il principe ereditario asburgico arciduca Francesco Ferdinando e la moglie vengono
uccisi in un attentato. Ritenendo responsabile la Serbia, l’Austria-Ungheria dichiara guerra e invade il
Regno balcanico, dando inizio a un conflitto che in breve tempo divampa in tutto il mondo. Ben presto l’Europa
si divide in due schieramenti contrapposti, che con la guerra intendono conquistare il predominio economico-finanziario
e l’affermazione della propria supremazia politica. Alla lotta tra il capitalismo franco-britannico e quello
tedesco per la divisione delle aree di influenza economica e la conquista dei mercati mondiali, prima e fondamentale
causa della guerra, si affiancano le situazioni critiche e i motivi di contrasto presenti all’interno di
ciascun Stato (contrasti etnici, politici e sociali, questioni nazionali e di confine, ambizioni coloniali).
Va
inoltre considerato che, già all’inizio del secolo, gli apparati bellici, la potenza e lo sviluppo
degli armamenti, l’influenza dei militari sui politici sono fattori che propagano nella società un
clima di accentuato militarismo, inducendo alla fine i governi a ricercare nella guerra la possibile risoluzione
dei loro problemi.
Il mondo in trincea
La Grande Guerra è un conflitto “totale” in cui nazioni e popoli combattono in trincea così come
nelle fabbriche della produzione bellica. Donne e giovani sostituiscono in fabbrica e nei servizi milioni di
uomini partiti per il fronte e, nello stesso tempo, la propaganda di guerra non risparmia mezzi ed energie per
convincere eserciti e popolazioni della necessità di sostenere, con il patriottismo, il lavoro e il finanziamento,
i sempre più pesanti costi della guerra.
Soprattutto in Europa, la trincea riassume e simboleggia l’esperienza di guerra di milioni di soldati e
l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 sul fronte occidentale,
dal Mar del Nord al confine con la neutrale Svizzera, corrono due continue trincee contrapposte (in realtà due
complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco,
francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo
fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. Dalla fine di maggio 1915 si apre il fronte
italo-austriaco (dall’Ortles al mar Adriatico e dal novembre 1917 sul Monte Grappa e lungo il Piave) e
ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale.
Su tutti i fronti del conflitto si combatte una guerra di logoramento, in cui vince chi ha più risorse
e chi più resiste. Solo sul finire del 1918 gli Alleati, con il determinante contributo dell’America,
entrata in campo nel 1917 con tutto il peso della sua macchina produttiva, riescono ad aver ragione degli Imperi
Centrali, a cui dall’inizio della guerra impongono un severo blocco navale destinato a impedire i rifornimenti
all’Austria-Ungheria e alla Germania, che cedono non alle armi (la guerra termina con l’esercito
tedesco in Francia e quello austriaco in Italia) ma alla severissima condizione esistenziale di popolazioni prostrate
dai sacrifici e dalle sofferenze, che rifiutano la guerra e sfiduciano i governi che l’avevano voluta,
con la rivoluzione in Germania e le sollevazioni nazionali in Austria-Ungheria.
L'Italia in guerra
Il primo conflitto mondiale è iniziato da quasi un anno quando il 23 maggio 1915 il Regno d’Italia,
legato da un patto segreto con gli Alleati (siglato a Londra un mese prima con l’approvazione del re Vittorio
Emanuele III e il capo del Governo Antonio Salandra, all’insaputa del Parlamento), interrompe il periodo
di neutralità e dichiara guerra all’Austria-Ungheria, rompendo formalmente il patto militare (reciprocamente
valido solo in caso di aggressione esterna) con l’Austria e la Germania che durava dal 1882.
Nelle prime ore del 24 maggio 1915 reparti italiani varcano quasi ovunque il confine con l’ex alleato.
All’inizio, la mobilitazione italiana avviene con lentezza, a causa della difficoltà di muovere
contemporaneamente più di mezzo milione di uomini con armi e servizi. Dal canto loro gli austro-ungarici,
con la quasi totalità dell’esercito mobilitato sul fronte orientale, lungo il confine con l’Italia
riescono a schierare soltanto pochi battaglioni di soldati della riserva territoriale.
All’inizio estate del 1915 il generale Luigi Cadorna, comandante supremo dell’esercito italiano,
sferra l’attacco principale sul Carso e lungo l’Isonzo in direzione di Trieste e Lubiana, in previsione
di uno sfondamento decisivo verso l’interno dello schieramento avversario. Le armate austro-ungariche comandate
dal feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, schierate su un terreno maggiormente atto alla difesa,
reggono pressoché ovunque gli assalti italiani, che vengono in genere respinti con gravi perdite. Tramonta
il sogno della “guerra breve” e anche sul fronte italo-austriaco il conflitto acquista le caratteristiche
della guerra di trincea.
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