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LA MEMORIA DELLA GUERRA
Alla fine del conflitto, allo scopo di onorare milioni di soldati caduti, ogni nazione sviluppa forme e luoghi
di commemorazione (Cimiteri e Sacrari, Parchi della Rimembranza, Boschi degli Eroi) che trovano significativi elementi
comuni nella liturgia civile del Milite ignoto. In Italia, il 4 novembre 1921 la salma del Milite ignoto, scelta
ad Aquileia tra undici provenienti da vari campi di battaglia dalla gradiscano Maria Bergamas, madre di un volontario
irredento disperso, viene traslata con tutti gli onori all’Altare della Patria del Vittoriano di Roma.
In ogni piazza d’Italia sorgono monumenti e lapidi dedicate ai caduti, mentre sui luoghi del conflitto comincia la
complessa opera di bonifica degli innumerevoli cimiteri di guerra italiani e austriaci sorti a ridosso delle trincee e dei
paesi delle retrovie. Per impulso del duca Emanuele Filiberto d’Aosta, comandante della III Armata del Carso, sorge
nel 1923 nei pressi di Redipuglia, sul colle del Sant’Elia, il primo grande cimitero di guerra, che accoglie i resti
di trentamila caduti (di cui solo poco meno di seimila noti). Il suggestivo monumento, che con i suoi cippi realizzati con
residuati e le epigrafi patriottiche diventa il fulcro del pellegrinaggio dei reduci e dei loro familiari sui luoghi del
conflitto, viene ulteriormente ingrandito e profondamente trasformato alla metà degli anni Trenta, all’interno
della celebrazione della memoria del conflitto voluta dal regime fascista, che progetta circa quaranta grandi sacrari per
riunire i resti di circa mezzo milione di caduti noti e ignoti. Oltre al grande sacrario di Redipuglia che accoglie centomila
caduti della III Armata (di cui 60 mila ignoti) e al vicino Cimitero militare austro-ungarico, lungo il fronte dell’Isonzo
sorgono in questo periodo i sacrari di Caporetto e Oslavia, quello di Timau in Carnia.
Questi sacrari, voluti dal governo fascista con un considerevole sforzo economico, sono dedicati alla memoria dei caduti
e nello stesso tempo costituiscono l’emblema della guerra vittoriosa, di cui il fascismo si proclama diretto erede:
non a caso, accanto ai simboli della pietà e del ricordo, trovano posto i fasci littori e le parole d’ordine
del regime. Attorno ad essi si instaura di un vero e proprio circuito della memoria, che raccoglie e incanala un turismo
patriottico formato dai reduci e loro familiari in pellegrinaggio sui luoghi di guerra, nonché associazioni, scuole,
gruppi dopolavoristici. Nel contempo, nei territori mistilingui e plurietnici annessi al regno d’Italia alla fine del
conflitto (Trieste, il Friuli e l’ex Litorale austriaco, il Trentino e l’Alto Adige) la memoria privata degli “ex
nemici” scompare di fronte ad un ancora più massiccio intervento dello Stato italiano, che riproponendo la memoria
ufficiale della guerra vittoriosa ostacola in vari modi le manifestazioni delle diverse nazionalità che continuano
a vivere nelle regioni di confine.
Il rovinoso epilogo della seconda guerra mondiale, con il territorio nazionale occupato da vari eserciti e compagini in lotta,
spazza le illusioni del regime fascista e la storia e i monumenti della Grande Guerra possono essere recuperati all’interno
della nuova Repubblica italiana (giugno 1946), grazie soprattutto ai moltissimi reduci del conflitto che, continuando a ritornare
sui luoghi in cui avevano combattuto, testimoniano la partecipazione collettiva del Paese a un evento essenziale della sua
storia.
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